
Modulblok ha recentemente completato la rendicontazione della propria Carbon Footprint relativa al 2025 secondo la norma ISO 14064-1, aggiornando l’inventario delle emissioni di gas a effetto serra generate lungo l’intera catena del valore. L’analisi evidenzia alcuni risultati significativi: una riduzione complessiva delle emissioni del 22,4% rispetto all’anno base 2023, una diminuzione del 51% delle emissioni associate ai consumi energetici (Scope 2) e, soprattutto, la conferma che circa il 95% dell’impronta carbonica complessiva è riconducibile alle emissioni indirette di Scope 3.
Più che i numeri in sé, è il significato di questi dati a offrire spunti di riflessione interessanti per il settore manifatturiero. Se la quasi totalità delle emissioni si genera lungo la supply chain, la decarbonizzazione non può più essere interpretata come un insieme di interventi confinati all’interno dello stabilimento. Diventa invece una sfida che coinvolge fornitori, materiali, logistica e processi distribuiti lungo l’intera catena del valore. Abbiamo approfondito questi temi con Roberto Menazzi, Sustainability Manager di Modulblok, per comprendere come stia evolvendo il ruolo della Carbon Footprint e perché la misurazione stia diventando uno strumento sempre più importante per orientare le decisioni industriali.
Per molti anni la sostenibilità è stata raccontata soprattutto attraverso iniziative e progetti. Perché oggi diventa sempre più importante partire dalla misurazione?
Per lungo tempo la sostenibilità è stata comunicata attraverso esempi concreti: un investimento ambientale, una partnership con il territorio, un progetto sociale. Sono elementi importanti perché aiutano a comprendere gli impegni di un’organizzazione, ma da soli non consentono di capire quale impatto reale abbiano generato.
Oggi la differenza la fa la capacità di misurare.
Per comprendere se una scelta produce valore è necessario disporre di dati che permettano di quantificare gli effetti generati e monitorarne l’evoluzione nel tempo. Questo approccio è diventato ancora più rilevante con l’introduzione di normative come la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), che hanno rafforzato il legame tra sostenibilità, strategia aziendale e rendicontazione. Anche per le piccole e medie imprese, spesso non soggette agli obblighi previsti per le grandi organizzazioni, la misurazione sta assumendo un ruolo sempre più importante. Clienti, istituti finanziari e grandi committenti richiedono infatti informazioni affidabili e comparabili sulle performance ESG delle aziende che fanno parte delle loro filiere.
La capacità di dimostrare risultati, e non soltanto di raccontarli, è ciò che distingue una sostenibilità dichiarata da una sostenibilità realmente integrata nei processi decisionali.
Uno dei dati più interessanti emersi dall’inventario GHG riguarda la distribuzione delle emissioni lungo la catena del valore. Cosa ci insegna questo risultato?
L’evidenza più significativa è che circa il 95% delle emissioni complessive ricade nello Scope 3, cioè nelle attività indirette generate lungo la catena del valore.
È un dato che porta a una riflessione importante: l’impatto climatico di un’impresa manifatturiera non si genera principalmente all’interno dei propri stabilimenti. Quando la quota predominante delle emissioni è associata ai materiali acquistati, ai trasporti, ai fornitori e ai processi a monte della produzione, diventa evidente che la decarbonizzazione non può essere affrontata esclusivamente attraverso interventi sugli impianti produttivi o sui consumi energetici aziendali.
La riduzione delle emissioni richiede invece un approccio esteso all’intera filiera. Materiali a minore intensità carbonica, processi produttivi più efficienti presso i fornitori, ottimizzazione della logistica e modelli di economia circolare diventano elementi centrali delle strategie di miglioramento.
In questo senso, il dato del 95% dimostra come la supply chain rappresenti oggi la principale leva di decarbonizzazione. Senza il coinvolgimento degli attori che operano lungo la catena del valore, il potenziale di riduzione delle emissioni rimarrebbe inevitabilmente limitato.
Quando si parla di Carbon Footprint l’attenzione si concentra spesso sul numero finale. In realtà quali informazioni può offrire a un’azienda manifatturiera?
La Carbon Footprint non rappresenta soltanto un indicatore ambientale. Il suo valore risiede nella capacità di individuare le attività, i processi e le categorie di spesa che generano il maggiore impatto climatico, fornendo una base oggettiva per orientare le decisioni aziendali. Conoscere il peso delle diverse fonti emissive consente di intervenire in modo più efficace sugli approvvigionamenti, sugli investimenti energetici, sulla progettazione dei prodotti e sulla gestione della logistica. Permette inoltre di monitorare nel tempo l’efficacia delle azioni intraprese e di valutare il raggiungimento degli obiettivi di riduzione. In altre parole, l’inventario delle emissioni diventa uno strumento di governo industriale.
La sua funzione non è soltanto fotografare una situazione esistente, ma supportare scelte più consapevoli in materia di acquisti, energia, processi e investimenti.
Rispetto all’anno base 2023, le emissioni complessive risultano diminuite del 22,4%. Quali fattori hanno contribuito maggiormente a questo risultato?
La riduzione è stata determinata principalmente dalle emissioni di Scope 3, che rappresentano la componente predominante dell’impronta carbonica aziendale. Un contributo significativo è arrivato dall’approvvigionamento di acciaio caratterizzato da una minore intensità carbonica, con una crescente attenzione verso materiali con maggiore contenuto riciclato e provenienti da fornitori che adottano processi produttivi più efficienti dal punto di vista energetico. Si tratta di un segnale interessante perché evidenzia come la transizione verso modelli produttivi a minore impatto ambientale stia coinvolgendo progressivamente anche la filiera siderurgica, tradizionalmente considerata tra i settori più energivori. Parallelamente, le emissioni di Scope 2 si sono ridotte del 51% grazie agli investimenti realizzati nel parco fotovoltaico e all’aumento dell’autoproduzione di energia da fonte rinnovabile.
Nel complesso, i risultati confermano l’importanza di agire contemporaneamente su due fronti: la transizione energetica interna e la gestione delle emissioni indirette lungo la catena del valore.
Per molti anni la sostenibilità è stata interpretata soprattutto come un insieme di iniziative da raccontare. Oggi sta assumendo una funzione diversa: diventare uno strumento di conoscenza e di governo dei processi industriali. La Carbon Footprint rappresenta una delle espressioni più concrete di questa evoluzione. Non perché fornisca semplicemente un indicatore ambientale, ma perché permette di leggere la complessità della catena del valore attraverso dati oggettivi e misurabili. L’esperienza di Modulblok conferma una dinamica che interessa un numero crescente di aziende manifatturiere: le opportunità più significative di riduzione delle emissioni non si trovano necessariamente all’interno dello stabilimento, ma lungo la filiera che collega fornitori, produttori, operatori logistici e clienti.
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